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Biografia

 

Grazia Badari nasce il 15 agosto del 1950 a Luzzara (Reggio Emilia), ultima di tre sorelle. L’abitazione dei suoi è di fianco all’officina, ufotoGrazian crocevia di persone, di raffinate menti che riproducono e migliorano la meccanica di macchine agricole o per la lavorazione del legno. La sua casa è sempre aperta, come aperte sono le menti che vi si trovano. Spesso accompagna il padre sia nella pesca sul fiume Po, sia nei suoi viaggi presso ditte ed industrie. Per quel tempo, un modo di aprirsi agli altri, al futuro, non indifferente. Precocissima nel disegno, la maestra si accorge già in prima elementare del suo talento e la manda alla lavagna a disegnare per lei. Anche la madre e le sorelle le sono vicine in questo suo mondo di fantasie e di ritratti. Piuttosto cagionevole di salute, trascorre buona parte delle giornate invernali a disegnare e a dipingere. Un pomeriggio chiede alla madre di poter colorare il bagno. La madre, distratta, acconsente. Così la bambina dipinge tutte le mattonelle del bagno con ritratti di profilo con la tempera nera.Nonostante questo, non viene mai sgridata dalla madre, che percepisce le sue qualità. In un momento di sconforto per la perdita dell’amatissimo micio bianco e nero, suo compagno di giochi, le sorelle, per confortarla, le regalano una cassetta di colori ad olio. Per i tempi una rarità. Grazia usa ritagli di riviste per riprodurre i grandi: Van Gogh, Gauguin... E si può dire che inizia da lì l’apprendistato dei colori ad olio, in piena autonomia. Più tardi al momento della scelta delle superiori, il padre decide di non iscriverla presso la Scuola d’Arte di Parma, ritenendo che il viaggio disagevole le fosse di impedimento per gli studi. Quindi Grazia frequenta l’Istituto magistrale a Suzzara (Mantova), con l’accordo di continuare gli studi presso l’Accademia d’Arte a Venezia, una volta presa la licenza superiore. Purtroppo una serie di avversità in famiglia, tra cui la chiusura della Ditta, non le consente di proseguire. Anzi, inizia subito ad insegnare presso la locale scuola materna. Ma non tralascia la sua passione. Complice il sacerdote del paese, don Dino Masini che le presta i suoi libri d’arte, copia puntualmente tutte le sere un quadro su un blocco da disegno che la madre conserva religiosamente. Successivamente, vincitrice del concorso magistrale, si trasferisce a Brescia, non tralasciando mai lo studio dei grandi artisti dell’800, riproducendoli ad olio. Nel periodo del soggiorno bresciano, prende anche lezioni sulla tecnica della decorazione a terzo fuoco su porcellana, tecnica che tuttora usa saltuariamente. Solo attorno alla fine degli anni ’90, rientrata nel Mantovano, può finalmente incanalare la sua potenzialità artistica seguendo i Corsi di Disegno e Pittura con la prof.ssa Pantani che la avvia all’astratto.In seguito frequenta l’Accademia Cignaroli a Verona, poi prosegue seguendo Corsi di Scultura con il Maestro Carlo Bertolini a Mantova, Corsi di Incisione e stampa calcografica individuale, per tre anni, sempre con Bertolini, che quando comprende che non riesce più a lavorare a causa dell’età, le regala il suo amatissimo torchio elettrico costruito da Bergonzoni. Le sue parole: «Lo lascio a te, l’ultima dei miei allievi, la più promettente». Un torchio che ha stampato per i migliori incisori mantovani ed emiliani. Le frequentazioni artistiche presso l’Accademia le danno la sicurezza che non era riuscita a trovare fino ad allora; le lezioni di pittura: la libertà creativa; i corsi di scultura: la padronanza manuale ed infine con l’incisione: la ricerca della luce. Attualmente tiene corsi di Ritratto e di pittura, presso la Biblioteca comunale di Suzzara, ma anche a Levata, Gonzaga... oltre a Disegno ed acquerello per bambini. Ha effettuato dimostrazioni di Stampa all’antica presso la Biblioteca e presso il Museo “Galleriadel Premio Suzzara” con il torchio didattico, regalatole dal suzzarese Angelo Boni; ha lavorato a Villa Mirra di Cavriana e a Quistello, durante l’evento “La piccola Parigi” nel 2016, nonché durante le giornate del Contemporaneo organizzate da AMACI, nel suo studio. Ha esposto in numerose città, sia in Italia che all’estero, come al Carrousel du Louvre a Parigi, Colonia, ma anche a Roma, Torino, Bologna, Mantova, Gubbio, Reggio Emilia, Modena, Parma... nei Palazzi delle Regge dei Gonzaga, nel salone degli Arazzi, Palazzo dei Principi a Correggio, nel Museo di Arte Contemporanea a Borgo Virgilio... È stata intervistata più volte dalla conduttrice televisiva Elide Pizzi per una emittente locale, ma anche dalla giornalista Paola Artoni a Gazoldo degli Ippoliti per un evento organizzato dall’associazione culturale “Postumia” e dal professor Luciano Morselli durante la presentazione da parte dell’on. Antonino Zaniboni, della sua “RES PUBLICA” a Sailetto. Le sue opere si trovano presso collezionisti privati, Enti, Associazioni, Musei, Sedi Comunali... A Sabbioneta tenne una delle personali più importanti, nel Palazzo Ducale, con presentazione, presso il Teatro all’Antica, del prof. Roberto Pedrazzoli, questo nel lontano 2008. Ha avuto presentazioni da parte di Tonino Zaniboni, Arturo Calzona, Gilberto Cavicchioli, Paolo Levi, Arianna Sartori, Valentina Marongiu, Chiara Rossato, Enzo Cortesi, Sergio Zanichelli... e curatori come Marzio Dall’Acqua e Francesca Baboni. Ha ottenuto premi e segnalazioni, a Moglia (Mantova) per il miglior quadro astratto, ma anche a Genova, con Saturarte, alla Biennale di Asolo (Treviso), Combat Price 2017 e 2018; terzo premio per la fotografia: “I love my Caw”, Reggio Emilia. Usa sia i colori ad olio che il polimaterico per le sue tele, che sono sempre organizzate seguendo un filo logico e/o mitologico. Spesso i temi, pur appartenendo al mito, sono frutto di visioni interiori, rappresentazioni di una realtà estremamente personale ma anche di grande spessore psicologico. Le sue visioni, le sue “caverne”, i suoi “panorami” sono in effetti rappresentazioni del suo intimo, dell’intimo di ogni uomo o donna; spesso scavano nel profondo dei sentimenti; la sua matericità, le sue stanze spoglie, scrostate, mettono a nudo i sentimenti di ognuno di noi. Usa la cenere per il polimaterico. La cenere di casa sua, che le appartiene, la sostiene nelle sue opere, le permette di seguire il suo filone, che è essenzialmente quello del mito della caverna di Platone, di come l’umanità sia cieca, in cerca di un’illusione, di come navighi nelle tenebre.

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