Marzio dall’Acqua
Sarzano di Casina (Reggio Emilia), 2013

 

Il settecento fu caratterizzato, in tutte le arti, dalla grazia, l’otto-cento dal sentimento e il nostro tempo, dall’inizio del secolo bre-ve, dalle emozioni. Grazia Bada-ri non può sfuggire a questa co-stante, che abbiamo semplificato al massimo. Anche la sua pittura è dominata dalle emozioni, dal tentativo di catturare un attimo, un momento nel quale si crede o sembra annidarsi l’intensità stes-sa del vivere, il nocciolo segreto dell’esistenza, inseguendolo e di-chiarandolo con maggior sem-plicità e naturalezza di quanto facciano altri artisti, quasi restii nell’aprire il loro animo.
Una sincerità, che in arte diventa autenticità, che accetta che il flusso della vita sia una eterna corrente elettrica, che vibra, che si spezza, che riprende vigore, un lasciarsi andare senza paura e senza difese, che in Grazia Bada-ri ha la corda di sicurezza nell’a-more per la pittura, nell’innato senso del colore, nella sperimen-tazione solitaria, continua, spinta al limite del suo stesso sentire, insomma l’ancora è nel linguag-gio e nelle sue inevitabili regole sintattiche, cromatiche, formali e nell’eco di passate stagioni del
l’arte che permangono in tutti noi, persistenti nella re-tina e nei ricordi, che costituiscono la tradizione, l’evo-luzione e la storia stessa dell’arte occidentale, dalle avanguardie storiche all’informale e alle varie riprese di tendenze, scuole e persino maniere. Il tutto rivissuto con la libertà che il cedere ad una emozione consente. Ma il gusto di esperimentare, di intraprendere nuove strade è anche seguire l’onda delle emozioni, che insie-me obbligano a raffinare la tecnica ed il linguaggio per essere condensate in immagine, per essere aggrumate in pittura. La diversità molteplice delle emozioni porta a linguaggi diversi, a esperienze mai tentate prima. Qua-si appunti eidetici, di visione interiore, che memorizza-no il processo emotivo, la pulsione esistenziale, la fram-mentarietà che è alla base e all’origine dell’immagine. Spesso si è parlato per le opere di Grazia Badari di “me-moria”, si è fatto riferimento alla dimensione passa-to/presente, mentre in realtà il suo ricordare è prou-stiano: è ricostruire con forme e colori la visione che è lacerazione dell’esistere, frattale di un mondo che è in-sieme quello della natura e dell’io, non meno diviso e frammentato, oggi ce lo dicono anche le scienze, di quanto sia la nostra esperienza sensibile, il nostro esse-re “abitati” dalla natura.
Noi infatti non la abitiamo, come si crede superficial-mente, e questa percezione di alterità, che si esprime in molteplici forme, formule, immaginazioni, riflessioni, cerca continuamente un equilibrio instabile, da defini-re, tra interno ed esterno, tra singolarità e molteplicità, tra dentro e fuori, insomma tra noi e il mondo, che si dividono, separano, ma anche si confondono. Guarda-te con occhio attento e animo sospeso le opere di Gra-zia Badari e vi accorgerete che se in esse dobbiamo tro-vare una dimensione temporale, che vada oltre la so
spensione di ogni mutamento e divenire, di ogni alterazione che non sia processo di metamorfosi formale ed emozionale che è da-vanti a noi, dobbiamo caso mai cercarla nell’attesa, nella speran-za, nella vibrazione del futuro che si sta avverando davanti a noi. La leggerezza stessa delle sue forme, dei suoi colori che trapassano da emotività ad emo-tività sono un annuncio di ciò che verrà, quasi un avvento. Su questa alterata temporalità si sviluppa il dialogo tra chi guarda le opere di Grazia Badari e le sue tele. Questo confronto, questo rispecchiarsi tra artista e suo spettatore, che nella visione del risultato si incontra e confronta con lui, in un rispecchiamento che può anche essere reciproco, non solo ha uno o più percorsi indicati dall’opera in uno spazio che è l’equilibrio tra rappresenta-zione ed immaginazione, ma an-che un tempo diverso da e in cia-scuna di esse. Un tempo indotto, provocato, manipolato in qual-che modo dall’artista, che richie-de pause, ritmi, sussulti, scansio-ni diverse, che sospendono co-munque in qualche modo la vita, lo scorrere del sangue, il battitodel cuore, rifiutano l’unità di misura della nostra quoti-diana esistenza per creare rallentamenti ed accelerazio-ni insieme artificiali e naturali, o che tali ci appaiono poiché siamo noi con la nostra percezione ed il nostro essere che ci mettiamo in gioco.
Il processo di definizione e di identificazione diventa così la prima sottile trasformazione alchemica che l’o-pera richiede, allusione ad un mutamento che dovreb-be manifestarsi alla fine, come ad un punto di arrivo, ad una prima notte di quiete, che in realtà rimangono sem-pre irraggiungibili, per cui l’operazione è un trapasso, un eterno trascorrere di forme in un moltiplicarsi di esistenze e di fenomeni, che dilatano la sensibilità ed il sentire. Moltiplicano il reale, invece di semplificarlo e ridurlo ad una definizione che in qualche modo lo rias-suma, lo esemplifichi. L’opera parte così dalla parcelliz-zazione di una complessità, da un filo dipanato. È ma-teria semplice da sottoporre al processo metamorfico, ma elude subito questa impressione riflettendo o me-glio plasmandosi con l’artista stesso, in una mimesi che è molteplicità di possibilità, poliedro dalle mille facce. Se l’emozione è un frattale dell’animo, l’opera stessa di-venta un frammento colto in un attimo non meno ca-suale.
L’artificio è la sua prima connotazione, qualsiasi sia il linguaggio dell’artista, la “non naturalità” dell’opera-zione contraddice qualsiasi discorso sulla natura, sul reale, si voglia introdurre, ponendo il pittore o lo scul-tore, ma anche l’incisore, insomma l’ideatore assen-te/presente, al centro dell’opera, qualsiasi siano il tema, le forme, le annotazioni, sottolineandone la singolarità di un sentire, che è nel processo stesso della manipola-zione dell’immaginario che chiede a chi guarda l’opera di accostarsi, facendosene catturare, assorbire, facendo
si coinvolgere non solo e non tanto con la vista ma con se stes-so, con la propria storia, con le proprie emozioni, i propri sensi, in un percorso che è sempre mo-vimento, un andare verso, un im-mergersi, un tuffarsi, non statico, non contemplativo. Un incontro elusivo con l’altro, con l’autore, apparentemente così reale per la presenza dell’opera, la sua imma-nenza, consistenza, fisicità che si impone e che impone le direzio-ni del viaggio, l’opera come map-pa dunque, subito disponibile a dispiegare le coordinate, a pro-porsi come bussola, ma poi le tracce, i sentieri, i percorsi diven-tano labili, mentre l’artista in modo elusivo, emerge, affiora, si impone o si ritrae, sempre tutta-via presente, persistente come «interiorità d’attesa o d’eccezio-ne».
Ovviamente Grazia Badari, per-venuta a questo punto, ha inizia-to lasciandosi andare lentamente a cedere alle emozioni, a farsi catturare da un inconscio che di-ventava luce, armonia, colori, lie-ve inquietudine senza drammi, senza urla e disperazione, perchè la sua dolcezza personale po-tremmo dire è un legante che im
pedisce la dissipazione emotiva al punto da divenire caos, disordine, rabbia o aggressione, comunque esplo-sione e violenza.
Il suo è un trascolorire di emozioni, che è partito dalla figurazione della natura. Ma l’artista ha sempre saputo interiormente che «La natura è parti senza un tutto»: la frase è dello scrittore portoghese Pessoa. È da questa parcellizzazione che muove l’artista traducendola in un progetto, in una serie di sguardi, in una operatività fat-ta di gesti e movenze corporee, in una ridefinizione del-lo spazio proprio attraverso e partendo dalla sua fisi-cità, infine proiettando nell’opera una sua visione che talora rasenta la formulazione di una nuova mitologia, comunque reinvenzione di un rapporto tra l’immagi-nario personale ed una possibilità di registrazione, di documentazione e di comunicazione oggettivante: una proiezione nell’opera che così si stacca, diventa auto-noma, inizia la sua avventura esistenziale, eternamente contemporanea a sguardi che la riscoprono nello scorrere degli anni, ma anche parole per l’artista che si viene fossilizzando in un tempo preciso, in una conca-tenazione di messaggi estetici.
L’uso di inserire materiali naturali nei quadri è insieme gesto alchemico e desiderio di mantenere un contatto seppure quasi a livello simbolico, materiale, fisico, con la natura in una trasposizione che è insieme conferma dell’amore per essa e dolente rassegnazione sull’impos-sibilità di rappresentarla in unità di visione.
Questo parcellizzare il reale è innato in Grazia Badari, che costruisce i propri quadri con sottili e sottesi reti-coli geometrici, con caleidoscopici definizione degli spazi, una rete di sicurezza, nella quale farsi cadere e salvare, all’occorrenza, da questa tela di ragno da lei stessa costruita: da qui il titolo di questa mostra “cri
stalli di cielo”, proprio per indi-care questa sottile trama, una “texture” spesso invisibile, se-greta nelle maglie della tela, che però aspira ricostruire un cielo: quasi due visioni in contrasto e con tensioni ideali e formali di-verse.
Ed ha imparato, anche veloce-mente, che un minuscolo fram-mento di mondo, il suo, quello della sua visione, viene manipo-lato, travestito, trasformato in una sequenza infinita di spazi, di ambienti, di atmosfere e l’ipotesi stessa di celarlo più che eviden-ziarlo diventa primaria su qual-siasi forma di riconoscibilità, di qualsiasi riferimento ad una realtà.
E l’opera ci colloca tra natura, storia e mito, in modo sottile, spesso subdolo e allusivo, perché rimanda, come si è detto, alle vi-cende millenarie del fare artisti-co, alla lunga, e certo non lineare, sequenza, di quell’anello costi-tuito, per dirla con Platone, dal “miraggio” dell’artista, che ora noi sappiamo non è una proie-zione interiore ma «la ricostru-zione non solo l’apparenza del-l’immagine, ma anche tutti i campi sensibili di cui hai consa
pevolezza», come diceva Francis Bacon che conclude-va «Vuoi aprire, se possibile, così tanti livelli del sentire che non c’è spazio per tutti».
Ma questa vertigine Grazia Badari l’ha già superata, co-me ha oltrepassato i limiti tra figurazione ed astrazione, mantenendo però come costante quel rapporto tipica-mente padano ed emiliano con la natura, di cui France-sco Arcangeli è stato il teorico e l’illustratore, mentre si sta avvicinando alla dimensione mitica, ad una allusio-ne di presenze ed essenze, che evoca una personale di-scesa all’Ade, un personale colloquio con le ombre. E qui è il futuro della pittura della Badari: le ombre si ver-ranno precisando ed il suo viaggio, appena iniziato tro-verà una diversa consistenza e diverse modalità lingui-stiche, nella chiave del suo rinnovamento continuo.

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